Campo di Papaveri – Claude Monet

21 Marzo 2040
Sono rinchiusa qui da tre giorni … o sono sei? 
Non mi permettono di ascoltare nessuno. Ricevere visite resta un’utopia, ma vedere … beh vedere è la parola d’ordine della società, perciò perché non conformare con questa anche le sue prigioni?
Per fortuna mi hanno lasciato carta e penna poco prima di condannarmi ad un isolamento che non meritavo. Secondo i carcerieri dovrei approfittare del tempo libero per confessare e liberarmi dei miei peccati. Fino ad allora sarebbe stato mio dovere occupare una delle loro celle, in una prigione con porte di vetro e mura di cristallo, così spesse da mutare il caos esterno in un fastidioso inferno silente. 
Volevano che descrivessi le mie colpe. Colpe? Ma esattamente qual era il crimine che avevo commesso?
Al di là delle mura di cristallo riuscivo a vedere l’intera prigione: le varie sezioni, i condannati a morte e quelli ad una pena più duratura. Si distinguevano tra loro a seconda della divisa: quella blu per chi aveva confessato, si era pentito e presto sarebbe stato liberato; quella color mattone come la mia che vestiva i detenuti tra silenzio e pena; la divisa nera che condannava i prigionieri non pentiti ad una morte lenta per ergastolo; ed infine quella rossa segnalava i condannati a morte per fucilazione. Coloro i cui crimini erano così eccessivi da non poter essere perdonati.   
Ciò che era brutto all’interno però mutava se si rivolgeva lo sguardo verso l’esterno: non esisteva parvenza di morte, tanto meno l’aria viziata della reclusione, bensì il contrario. Un vasto campo di papaveri cingeva l’intera struttura, come un tappeto di speranza intorno ai più che non ne avevano. 
Quei fiori possedevano un fascino e una bellezza rari che mai avevo contemplato in vita mia. Il sole che li colpiva al tramonto regalava ai nostri volti una riga di commozione, mentre l’aurora portava le menti in catene a viaggiare verso mete che solo l’immaginazione poteva regalare. 
Anche se questa sembrava una grazia da parte di una società buona e caritatevole, il campo non era affatto un regalo: tutti i giorni ricordava noi una libertà che non avremmo mai potuto ottenere senza confessare, pentirci e rimediare ai crimini commessi.   
Spesso l’area circostante veniva utilizzata anche come spazio picnic o camping. Altra pena per noi da scontare, poiché l’attrazione principale per chi ogni fine settimana giungeva in massa ai piedi della prigione erano proprio i suoi detenuti bloccati nel cristallo. 
Eravamo presentati come esempio: la prova che esisteva una condanna al di là delle azioni che la società aveva etichettato come crimini. Gli ospiti del campo di papaveri banchettavano e gioivano del non essere come noi, osservando la Prigione di Cristallo come un monumento dedicato ad una società che li accettava. 
Sia chiaro la nostra non è una condanna comune: non avevamo rubato, causato danni o collezionato morti. Esisteva un motivo diverso per cui le mura, i pavimenti e i soffitti di quella struttura erano di cristallo, e andava al di là della mera tortura psicologica o della funzione di vetrina. 
Quella prigione aveva bisogno di essere vistosa per poter contenere in se persone che nella loro vita non lo erano mai state. 
Era questa la nostra condanna. Era questo il nostro crimine: i detenuti in blu probabilmente possedevano scarsa affluenza sulle loro pagine Instagram e perciò accusati di negligenza ai danni di una società che basava se stessa solo sui “like”. A differenza delle altre divise però, i blu avrebbero potuto rimediare con la promessa di una campagna pubblicitaria mirata al salvataggio di una pagina condannata. Ecco perché sfoggiavano quella divisa come un premio: avevano scampato la pena facendo un patto col diavolo.  
I detenuti con le divise nere invece erano da considerare per me come eroi: confessavano i propri reati senza pentirsene, anche perché non avevano motivo di scusarsi per la loro riservatezza, per aver twittato poco o non essersi impegnati nel diventare bravi influencer. 
Quelli con la divisa rossa invece … beh mi tremano le mani nel doverlo scrivere, ma erano condannati a morte per il mancato possesso di mezzi di comunicazione. Semplicemente erano stati etichettati come non utili ai fini del progresso e quindi la non utilità prevedeva un eliminazione totale da questo mondo. Quelle persone erano state condannate solo per non possedere un cellulare, ma si poteva essere più distorti di così ad emettere una condanna simile? La loro immagine non era diffusa e per questo dovevano morire? 
Io mi trovo in bilico tra queste figure: a pensarci bene non ricadrei proprio in quella rossa, poiché posseggo un cellulare, ma è probabile che quella nera mi calzerebbe a pennello. 
In effetti questo scritto voleva essere più uno sfogo che una confessione, invece mi ritrovo tra le mani pensieri così come affluiscono nella mia mente. 
Probabile che strapperò questo foglio, ma nel caso in cui non lo facessi o una guardia rimettesse insieme i pezzi volevo rivolgermi al futuro lettore per dirgli questo: 
non avere paura della prigione di cristallo, caro amico mio o amica. C’è più verità qui dentro che in un bellissimo campo di papaveri dove la menzogna regola gli orologi di ciascun individuo che vi mette piede. 
Detenuta 033
Prigione di Cristallo
       
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